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L’auto a idrogeno conquista la Germania, prima in Europa per numero di stazioni di rifornimento (circa 100) del carburante più pulito del mondo. Stavolta tocca al Centro aerospaziale tedesco (Dlr) che ha presentato un piccolo veicolo a idrogeno chiamato Safe Light Regional Vehicle (Slrv), che combina una struttura leggera con la trasmissione a celle a combustibile. Come suggerisce il nome, l'avveniristica auto due posti è anche pensata per essere particolarmente sicura.
Il Dlr aveva svelato il concept del veicolo per la prima volta circa due anni fa. Da allora, gli scienziati hanno lavorato a un prototipo che ora ha fatto il suo primo giro su strada. Secondo Dlr, il Slrv, che pesa 450 chilogrammi, è adatto prima di tutto come auto per pendolari o come veicolo di car sharing. Il corpo del modello biposto, che pesa circa 90 chilogrammi, è lungo 3,8 metri ed è assai basso per ottenere la minor resistenza all'aria possibile.
"E' sia leggero che sicuro, una combinazione che i veicoli esistenti in questa classe di veicoli leggeri (L7e) spesso hanno cercato di ottenere", affermano i tecnici. Ciò è reso possibile da una cosiddetta “costruzione metallica a sandwich”. Il materiale utilizzato è formato da uno strato esterno di metallo e uno strato interno di schiuma plastica. Le parti anteriore e posteriore sono realizzate con questi pannelli sandwich e fungono da zone di impatto. Queste sezioni ospitano anche gran parte della tecnologia dei veicoli.
Per la trasmissione, Dlr ha messo insieme una piccola cella a combustibile con una potenza continua di 8,5 kilowatt a una batteria. Secondo il team di sviluppo, questa combinazione pesa meno dei tradizionali sistemi di batterie equivalenti, ma allo stesso tempo garantisce un'autonomia di circa 400 chilometri e una velocità massima di 120 chilometri all'ora. Il serbatoio dell'idrogeno si trova tra i due sedili. Ha una capacità di 39 litri e può immagazzinare 1,6 chilogrammi di idrogeno a 700 bar.
"Il Slrv utilizza il calore di scarto della cella a combustibile per riscaldare l'interno del veicolo", ha spiegato il Dlr, aggiungendo che ciò è possibile grazie al buon isolamento termico della scocca che ha un effetto positivo sul consumo energetico del sistema di climatizzazione del veicolo. Il team di sviluppa stima che il Slrv attualmente potrebbe costare circa 15.000 euro se messo sul mercato. Tuttavia, poichè le strutture realizzate con materiali sandwich non sono ancora state utilizzate nella produzione in serie di veicoli, Dlr sta ora lavorando per ottimizzare le tecnologie di produzione su vasta scala. La creazione della Slrv è parte integrante del progetto su larga scala Next Generation Car (Ngc), per il quale un totale di 20 istituti del Dlr stanno sviluppando congiuntamente tecnologie per veicoli stradali della prossima generazione.

Fonte: Repubblica

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L'idrogeno ha un grande potenziale come fonte di energia alternativa e l’Italia per posizione geografica ed estensione della rete di distribuzione del gas ha la possibilità di diventare un hub europeo (rileggi quì l'articolo).

Esistono però diverse modalità di produzione, da una parte c’è l’idrogeno verde prodotto dall’energia elettrica con l’elettrolisi, dall’altro quello blu prodotto dal gas. Il primo, meno inquinante, ha un range di costo stimato sui 65-135 euro ogni MWh, il secondo più economico ma anche più impattante per l’ambiente, con un costo 50 euro per MWh.

Presentando i conti semestrali di Enel lo scorso 29 luglio, l’amministratore delegato Francesco Starace ha detto che l’idrogeno «ha una reale possibilità» di prendere parte al processo di decarbonizzazione. Due mesi dopo all’ all’assemblea generale di Confindustria Starace ha precisato che l’idrogeno sarà competitivo solo tra tre o cinque anni

Sul suo impiego in ambito energetico fioriscono progetti, ricerche e piani a lungo termine in tutta Europa - la riconversione agognata dell’Ilva di Taranto su tutti - e basta leggere il titolo del libro che l’ad di Snam Marco Alverà ha pubblicato in edizione italiana a inizio agosto, Rivoluzione Idrogeno – la piccola molecola che può salvare il mondo, per capire quanto il settore stia scommettendo su un cambiamento tecnologico molto annunciato e per ora poco realizzato.

Secondo il segretario generale di Hydrogen Europe, Jorgo Chatzimarkakis: «L'Italia ha il potenziale per diventare l'hub europeo dell'idrogeno nei prossimi decenni perché è dotata della rete gas più estesa del continente e rappresenta il ponte verso il Nord Africa, dove in futuro verrà prodotta la maggior parte dell’idrogeno verde da energia solare».

Utilizzato su larga scala come mezzo per immagazzinare e trasportare energia o come combustibile alternativo ai gas fossili ed inquinanti, l’idrogeno potrebbe avere un impatto veramente considerevole sul processo di graduale abbandono delle fonti fossili. Ma la stragrande maggioranza della produzione attuale - 70 milioni di tonnellate annue (dati 2018) secondo l’Agenzia internazionale per l’energia - è ricavata da combustibili fossili, principalmente gas naturale.
In pratica, l’idrogeno ad oggi è un prodotto, utilizzato soprattutto nel mercato dei gas sintetici e dei fertilizzanti, competitivo in termini di costi ma inquinante e per tale motivo spesso denominato «idrogeno grigio». Sempre secondo i dati dell’Aie, la produzione rilascia circa 830 milioni di tonnellate annue di CO2, equivalenti alle emissioni di Regno Unito e Indonesia messi assieme. Per questo bisogna trovare processi produttivi a minore impatto ambientale.

Una soluzione è rappresentata dall’ “idrogeno verde”, ottenuto da energia elettrica rinnovabile attraverso elettrolisi che non rilascia praticamente nessuna emissione in atmosfera. Può essere utilizzato anche come alternativa alle batterie perché può essere prodotto in prossimità degli impianti rinnovabili utilizzando quell’energia in eccesso che, non finendo nella rete elettrica per limiti di capacità, ad oggi viene semplicemente sprecata (problema di overgeneration, sovrapproduzione). Tuttavia, i suoi costi di generazione devono ridursi notevolmente per renderlo competitivo con il metodo produttivo tradizionale cosa che, secondo le principali previsioni, non avverrà prima del 2030.

Uno studio dell’Oxford institute for energy studies (Oies) calcola che il costo di produzione è di circa 38 euro per Mw all’ora per l’idrogeno grigio e 65-135 per Mw all’ora per l’idrogeno verde. Inoltre, quest’ultimo presenta anche il problema della quantità di energia rinnovabile necessaria per la sua produzione, attualmente molto elevata. L’ "idrogeno blu” è invece una soluzione per così dire intermedia. Questo tipo di idrogeno viene sempre prodotto dal gas naturale ma con la particolarità di catturare e stoccare l’anidride carbonica prodotta durante la lavorazione. Sebbene non totalmente ad impatto zero, esso produce meno emissioni dell’idrogeno grigio e il suo costo è di circa 50 euro per MW all’ora. Per questo rappresenta, secondo alcuni, una valida soluzione transitoria che merita di essere sfruttata nell’attesa di un pieno sviluppo dell’idrogeno verde. Il futuro dell’idrogeno come vettore energetico dipenderà proprio dal rapporto di forza di queste due visioni e dalla relativa pressione sul settore che sapranno esercitare.

Inoltre, al di là dei metodi produttivi, saranno necessari ingenti investimenti per costruire un’infrastruttura adatta al trasporto dell’idrogeno, sia dal punto di vista regolatorio sia da quello dell’adeguamento dei gasdotti esistenti. Basti pensare che a luglio, undici operatori del gas europei, tra cui Snam, hanno presentato un piano di sviluppo per la realizzazione di una infrastruttura di 23mila chilometri entro il 2040, il 75 per cento dei quali consisterà in gasdotti riconvertiti, per un costo stimato tra i 27 e i 64 miliardi di euro.

Enel conta di presentare i primi progetti nel giro di un anno anche se probabilmente non sarà l’Italia il primo paese in cui vedranno la luce, considerando altri mercati come la Spagna, il Cile o gli Stati Uniti più favorevoli in termini di regolazione, spazi disponibili, sviluppo delle rinnovabili e presenza di grandi consumatori industriali. Ma Enel ha anche ribadito che l’unico idrogeno sviluppabile deve essere quello verde, in quanto ogni dibattito su altre soluzioni risulta troppo nebuloso. Da parte sua, Eni ha invece dichiarato di stare lavorando alla produzione di idrogeno blu e punta a realizzare un grande deposito di CO2 al largo di Ravenna.

Tra le due posizioni si muove Snam e anche gli investitori stranieri. Come operatore di rete la società guidata da Alverà ha stretto accordi con l’azienda di stato azera Socar per studiare lo sviluppo dei gas rinnovabili, anche nella prospettiva di un loro futuro impiego nel gasdotto Tap. A giugno di quest’anno, ha firmato un accordo con la francese Alstom per lo sviluppo di treni a idrogeno nel Paese mentre il mese scorso ha siglato una partnership con la statunitense Baker Hughes per la realizzazione di una turbina ibrida da installare entro la fine del 2021 presso la propria stazione di compressione di Istrana, in provincia di Treviso.

La presidenza del Consiglio sta valutando anche un piano presentato dall’azienda americana Aecom e spinto dal M5s per la produzione di idrogeno verde nelle zone dell’Italia centrale colpite dal terremoto del 2016-2017.

Secondo quanto riportato dal Sole 24Ore, allo studio ci sarebbero la realizzazione di un Polo Idrogeno dell’Appennino centrale, la sperimentazione dei primi treni con lo sviluppo di un’adeguata infrastruttura e la ricostruzione dei centri abitati distrutti adottando il nuovo modello delle comunità energetiche.

L’Italia dovrebbe seguire l’esempio tedesco favorendo le sinergie tra il settore dell’idrogeno e quello siderurgico, aveva detto recentemente il presidente dell’Autorità per l’energia Arera Stefano Besseghini. Ed intanto, la società di gestione fondi lussemburghese Creon Capital ha firmato un memorandum con il gruppo indiano Jsw per lo sviluppo di un polo per energie rinnovabili, Gnl ed idrogeno nel polo industriale di Piombino in modo da agevolare in parte la decarbonizzazione delle acciaierie Lucchini, di proprietà del gruppo. In attesa della politica.

Autore: Fabio Roccon

Fonte: Editoriale Domani

Prima tra le utility locali, anche A2A entra nel business dell'idrogeno. La società controllata alla pari dai comuni di Milano e di Brescia, ha firmato un memorandum con il gruppo Snam, azienda a controllo pubblico, che è capofila in Italia per molti dei progetti legati all'idrogeno. 

L'accordo prevede che i tecnici delle due società studieranno la possibilità di riconvertire le centrali termoelettriche di A2A, passando dal carbone e dal gas naturale, i combustibili ora utilizzati, all'idrogeno o alle miscele composte da gas naturale e idrogeno.

Non solo. Le due società hanno annunciato, in una nota congiunta, che studieranno "iniziative finalizzate a produzione, stoccaggio e trasporto di idrogeno da fonti rinnovabili e alla modifica delle infrastrutture di distribuzione gas di A2A al fine di renderle hydrogen ready”. 

Al momento, negli impianti per produzione di idrogeno si utilizzano idrocarburi, in particolare gas naturale. Ma nei prossimi anni, anche per raggiungere gli obiettivi che si è data l'Unione Europea per abbattere del 50 per cento le emissioni di CO2 entro il 2030, sarà fondamentale produrre idrogeno sfruttando le rinnovabili. Anzi, l'idrogeno viene visto come un mezzo per immagazzinare l'energia in eccesso prodotta da eolico e fotovoltaico, da utilizzare durante i picchi della domanda.

A2A, che oltre a gestire centrali alimentate con gli idrocarburi, negli ultimi tre anni ha iniziato a investire anche nel fotovoltaico. Potrebbe così utilizzare i suoi impianti green per la produzione di idrogeno. Allo stesso tempo, grazie alla collaborazione con Snam potrà sperimentare la distribuzione di gas naturale assieme all'idrogeno nelle sue reti che forniscono materia prima al settore industriale. Snam è stata tra le prime aziende al mondo a immettere idrogeno in una miscela al 10 per cento nei gasdotti, con un esperimento portato a termine alla fine del 2019 in un'area industriale in provincia di Salerno.

Fonte: Repubblica

Economia, governance e sostenibilità: l’energia muove il mondo, sostiene i sistemi nazionali e produce implicazioni di portata mondiale, con grossi effetti ampiamente dimostrati durante la pandemia da COVID-19. Parlare di energia porta a considerare le diverse attività quotidiane di ognuno di noi, ma anche un adattamento dei sistemi di produzione e distribuzione, comprendendo tutti i settori strategici per il Sistema Paese. La pandemia di coronavirus ha portato enormi sconvolgimenti al nostro mondo, erodendo vite e mezzi di sussistenza. Ma ci ricorda anche che ci sono alcune sfide che non possiamo affrontare da soli.

La sfida reale per un modello condiviso di sostenibilità ambientale ed energetica

Ampiamente discusso a livello nazionale, europeo e internazionale, il tema porta principalmente ad operare su due fronti, vale a dire la diversificazione del mix energetico – l’Italia ne è modello esemplare, considerando anche l’andamento del trilemma energetico – e la gestione della transizione energetica, già punto fondamentale dell’agenda politica di diversi attori e, in particolare, dell’Unione Europea.

Evoluzione degli indici sintetici relativi del trilemma energetico italiano
(209-2020, variabili tra 0 e 1)

Valore e opportunità: quanto pesa l’idrogeno?

L’idrogeno potrebbe coprire un quarto di tutta la domanda energetica in Italia entro il 2050 . Lo annuncia SNAM. Per comprendere in modo allegorico la portata dell’argomento basterebbe considerare che nel Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), approvato in via definitiva lo scorso gennaio, il termine IDROGENO compare 55 volte, superando il fotovoltaico (48 ricorrenze) e l’eolico (33).

Proiezione al 2050 del mix energetico mondiale.

Aldilà del termine, in qualità di promotrice della Mission Innovation in cui l’affiancamento di idrogeno e fonti rinnovabili era un obiettivo consolidato, l’Italia sa bene che l’idrogeno rappresenta una grande opportunità soprattutto per quei settori ad alto consumo come trasporto, riscaldamento domestico ed applicazioni industriali. Le implicazioni green di questa operazione sono enormi sul piano anche europeo, con l’abbattimento del 55% delle emissioni di CO2 entro il 2030 e il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Non a caso, le due capofila italiane dell’energia – SNAM ed ENI – hanno largamente investito in tal senso e non sono le uniche. In Italia, il progetto H2IT - l’Associazione Italiana Idrogeno e Celle a Combustibile - coinvolge anche Sapio, Alstom e Falck Renewables, con il supporto di ENEA per il comparto Ricerca.

I fronti di utilizzo dell’idrogeno, secondo il PNIEC sarebbero sicurezza e integrazione delle infrastrutture elettriche e a gas, ma è presente anche l’energy storage. Infatti, tra le tecnologie promosse c’è il cosiddetto Power To Gas, ossia l’utilizzo di rinnovabili per produrre idrogeno e metano sintetico.

Secondo SNAM, il costo dell’idrogeno in Italia potrà essere competitivo già nel 2030 - in netto anticipo rispetto ad altri paesi europei - grazie alla presenza abbondante di rinnovabili. L’obiettivo è anticipare la corsa europea di 5-10 anni, portando su pari livello l’idrogeno verde e quello grigio derivante da gas naturale tramite elettrolisi, processi che l’Italia conosce ampiamente. Dopo il suo primo Transition Bond di 500 milioni, SNAM ha firmato un accordo con Alstom, RINA e l’Università della Calabria per finanziare progetti green: treni a idrogeno, infrastrutture di sperimentazione e test di pressione dello stoccaggio di idrogeno e altri gas.

Sul versante ENI, invece, gli sforzi maggiori riguardano la riconversione green di raffinerie (vedi Gela) e altri progetti come l’Hydrogen Park di Porto Malghera, che coinvolge Sapio, Berengo e Arkema. In Sicilia, inoltre, la conversione green avviene tramite la realizzazione dell’impianto Ecofining (bioraffineria con capacità di 750mila tonnellate annue) e lo Steam Reforming per produrre idrogeno utile ai processi di produzione del carburante premium Enidiesel+. Infine, non mancano gli accordi tra Eni e Toyota per punti rifornimento nel Comune di Venezia a cui si aggiunge il progetto di collegare lo stabilimento Versalis International (Eni) con la bioraffineria per la fornitura di idrogeno e in funzione nell’estate 2021.

Proiezione internazionale: obiettivo ancora lontano

Secondo l’International Energy Agency (IEA), il gas è attualmente la principale fonte di produzione di idrogeno: rappresenta i tre quarti della produzione annuale del mondo. Basti pensare che i soli Stati Uniti di Trump producono circa un settimo dell’offerta globale, la quale è composta per il 95% da gas naturale.

Sul piano europeo, in cui il gran modello energetico denominato Green New Deal richiede la coesistenza di idrocarburi fossili e il totale sfruttamento delle Fonti di Energia Rinnovabile (FER), la questione si fa molto più lenta e macchinosa: prospettiva di 30 anni, con lavoro profondamente intenso sul pieno utilizzo dell’idrogeno. Ancor peggiori sono le prospettive mondiali, in cui grandi attori internazionali, come la stessa IEA, stanno stimolando e promuovendo l’inserimento dell’idrogeno nei programmi energetici nazionali, attraendo diversi investimenti: dopo Paesi Bassi, Regno Unito e Giappone, si osservano gli sforzi economici dell’Australia che punta a diventare leader della transizione, seguita da Germania e Portogallo. Idrogeno verde e idrogeno blu rientrano già nella strategia europea che dall’8 luglio ha portato all’istituzione dell’European Clean Hydrogen Alliance, un corpo pubblico-privato che unisce leader civili, istituzioni e Banca Europea per gli Investimenti (BEI), in cui è presente anche SNAM.

Allargando lo spettro visivo, invece, è evidente come la sfida coinvolga l’intero globo. Se è vero che la transizione energetica rientra in un’ottica totalmente intersettoriale, coniugando sostenibilità ambientale, sociale ed economica, questo è ben insegnato da Eni – e non solo storicamente per l’ampia visione del fondatore Enrico Mattei. Il colosso italiano dell’energia è stato riconosciuto tra i più attivi membri del Global Compact, il movimento globale dell’ONU impegnato nell'allineare le imprese alle proprie strategie e operazioni con diritti umani, lavoro, ambiente e trasparenza e altri obiettivi più ampi degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs).

La proiezione internazionale italiana sembra caratterizzarsi quindi di cooperazione pubblico-privata, un toccasana per gli investimenti esteri. L’idea promossa sembra riguardare la disposizione di pannelli solari nei paesi dell’Africa settentrionale, per poi sfruttare la rete di approvvigionamento esistente e importarne l’idrogeno. Questa operazione ridurrebbe i costi del 14% incentivando, non solo la posizione di hub naturale veicolando anche l’export stesso verso altri paesi europei, ma anche in una necessaria strategia di lungo termine, accelerando lo sviluppo di una filiera industriale dedicata attraverso la riconversione dell’industria esistente e l’attrazione di nuovi investimenti. Su questa linea anche Equinor, Shell, BP e Total si muovono per l’integrazione dell’idrogeno nel dossier dell’energia alternativa sia a livello applicativo che nella ricerca. Le prospettive per una completa integrazione sono decenni lontane, ma l’industria dell’idrogeno si pensa possa rivelarsi un pull-factor di eventuali variazioni sul piano politico, maggiore competizione internazionale per la sua produzione e, deduttivamente semplice ma non scontata, una possibile accentuazione dell’attrito USA-Cina.

Per non concentrarsi solo sul tema delle “tecnologie verdi”, è utile guardare l’ultimo accordo di collaborazione Air Product, società della Pennsylvania produttrice di gas naturale insieme a Shenhua New Energy, industria statale cinese specializzata in fonti di energia rinnovabile. Distributori di idrogeno nella provincia di Jiangsu, commissionati dall’organizzazione governativa China Energy Investment Group, non sono l’unica offerta sul mercato. Air Products vanta grande esperienza operativa in Cina, tra cui la fornitura dei bus a idrogeno per le Olimpiadi di Pechino 2008. Ad oggi è in accordi con la National Alliance of Hydrogen and Fuel Cells, altra associazione statale cinese che si occupa di divulgare la tecnologia in diversi settori industriali. Inoltre, alcuni media parlano della città ospite delle Olimpiadi invernali del 2022, Zhangjiakou, che ha deciso di rendere l’auto a idrogeno un biglietto da visita per trasformare la città in un modello dimostrativo per il mondo intero.

Non è tutto. La guerra per e dell’innovazione, oltre quella politico-economica, non è l’unica ad attanagliare le vicissitudini tra le due potenze globali. Dallo scorso 6 giugno, il centro di ricerca cinese China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC) con sede a Pechino – un centro che coinvolge accademici ed esperti di settore – si è posto l’obiettivo di promuovere l'ampio utilizzo dell'idrogeno nelle applicazioni civili ma anche in quelle militari utili alla difesa nazionale.

Prospettive euro-atlantiche: ambiente e sicurezza

Non è un caso che l’Alleanza abbia uno dei suoi Center of Excellence focalizzato sull’Energy Security (ENSEC COE), tanto meno che le dinamiche ambientali siano ormai parte dell’agenda politico-strategica del Segretario Generale Jens Stoltenberg e di numerosi membri europei. Ne è prova il seminario dal titolo “NATO and Nature: a changing climate”, tenutosi a Bruxelles e promosso da Italia e UK in un quadro di cooperazione in linea con la mission della Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (COP26).

Se in precedenza l’ambiente riguardava un concetto utile alla Sicurezza dell’Alleanza, nello specifico alla pianificazione e operabilità di un determinato contesto, questa volta il nucleo centrale è il medesimo ma il guscio cambia forma. Le variabili sono in primis il cambiamento climatico investito della nuova nomenclatura di “minaccia ibrida”, e l’energy security, intesa non come capacità dell’attore statale di assicurarsi i necessari approvvigionamenti, bensì la sicurezza che consegue dall’energia e quindi da un più ampio ventaglio di interazioni economiche, politiche, geografiche e purtroppo anche militari.

Se da un lato “NATO’s core task is to preserve peace... So, to fulfil our core responsibility, NATO must play its part”, dall’altro il quesito che già dallo scorso anno l’ENSEC COE si poneva riguardava più che altro l’identificazione della tipologia di rischi che conseguono a politiche energetiche innovative. Rischi di vario genere che come già detto intaccano una capillarità economica e politica in primis, ma nel caso dell’idrogeno particolare attenzione è data all’innovazione tecnologica.

La NATO perciò riconosce la necessità fondamentale di diventare maggiormente globale, con la missione di garantire, e far percepire, maggiore sicurezza nei confini euro-atlantici. Per farlo, considerare il binario rapporto Ambiente-Sicurezza è indispensabile sia nell’ottica prettamente militare - come conoscenza dello scenario di conflitto o di scenari conflittuali per via di instabilità ambientale - sia nel concetto più ampio di sicurezza, il medesimo che la pandemia COVID-19 ha intaccato, cioè come garanzia della normalità.

La transizione è sinonimo di pianificazione

Sfide significative e profondi cambiamenti sono le due facce della transizione energetica.

Per l’ambiente e la sostenibilità si è arrivati a un punto di svolta, di “rivoluzione verde” guidata dall’idrogeno. Dunque, una ramificazione dell’infrastruttura per il trasporto di gas, una competitività maggiore del mercato, la variazione dei mix energetici e soprattutto l’eliminazione dell’emissioni di CO2 sono variabili di straordinaria rilevanza.

D’altra parte, invece, la creazione di questo nuovo modello di sviluppo porta sempre più alla riqualificazione degli attori internazionali, statali e intergovernativi. Ne è l’esempio il contesto euro-mediterraneo, in cui l’Italia può sicuramente svolgere un ruolo baricentrico tra Nord e Sud del Mare Nostrum. I promotori italiani, così come altri attori non protagonisti, del comparto nazionale privato, sono quindi imprescindibilmente e severamente chiamati ad attuare forme di piena e sinergica collaborazione con il Governo centrale e l’intero comparto pubblico nell’identificazione di una politica energetica seria in linea con gli obiettivi nazionali, europei e internazionali. Una politica energetica che consideri l’innovazione tecnologica, la commercializzazione, lo sviluppo economico e sociale delle comunità coinvolte e, primo fra tutti anche se di più lungo raggio, la sfida ambientale quali elementi caratterizzanti del suo successo.

Fonte: ISPI

Il mondo è cambiato radicalmente con l'emergenza Covid, ma la crisi che ne è scaturita ha impresso "un'enorme accelerazione verso la transizione energetica", sollecitando un "cambiamento strutturale" nell'industria energetica.

E' quanto affermato da Fabrizio Botta, manager Global Strategy, Commercial and Tendering della Divisione E&C Onshore di Saipem, durante il webinar "New Strategic Priorities for the Energy Industry in a post Covid Environment” in occasione della conferenza "The New Energy Mediterranean".

Questi sviluppi - ha sottolineato il manager - andranno a favore del gas, in particolare il GNL, nel nuovo mix energetico, dal momento che anche nelle economie più protese verso le rinnovabili, la quota oil & gas nel mix energeticorestatra il 30 e il 50%.

"Ciò implica che l'Oil&Gas nei prossimi anni debba puntare in ogni caso a nuovi investimenti", ha sottolineato Botta, aggiungendo che ogni ritardo provocherà "uno squilibrio tra domanda e offerta, comportando un rischio per l'intero sistema energetico, che necessita di risorse come il gas naturale, per stabilizzare la produzione intermittente da energie rinnovabili".

Saipem - ha concluso il manager - punta ad un "ruolo di primo piano" ed ha individuato "4 priorità": il gas naturale e le soluzioni che consentano di ridurre le emissioni di CO2: le Energie Rinnovabili, in particolare Eolico Offshore e Solare; l'idrogeno prodotto da rinnovabili offshore; l'implementazione delle soluzioni per la cattura e stoccaggio del carbonio, per il quale esistono già degli oleodotti, ma "possono ancora essere compiuti molti passi in questa direzione”.

Fonte: Teleborsa

Eaton ha annunciato l'arrivo della sua già nota tecnologia Twin Vortices Series (TVS) anche nel settore dei sistemi fuel-cell che utilizzano l'idrogeno come fonte principale per generare energia elettrica, come oggigiorno avviene ad esempio in generatori e vetture.

Nelle celle a combustibile, oltre all'utilizzo di idrogeno, serve anche un costante e preciso apporto di aria, e questa tecnologia di ventilazione proposta da Eaton, già impiegata nei motori tradizionali per sovralimentarli, è stata perfezionata e raffinata per tornare utile anche in abbinamento al più delicato idrogeno.

Il ventilatore TVS risulta un componente molto semplice e ad azionato elettricamente, è in grado di fornire un flusso d'aria preciso e molto parzializzabile caratteristiche che si traducono in una gestione ottimale della tensione nelle celle a combustibile: l'idrogeno viene introdotto nell'anodo e l'ossigeno dell'aria circostante viene diretto con il TVS verso il catodo, le molecole di idrogeno si dividono quindi in protoni ed elettroni a seguito di una reazione elettrochimica generando di fatto energia elettrica.Multi Cliccabile

Il sistema di ventilazione di Eaton funziona grazie ad un semplice motore elettrico ausiliario con tensione compresa tra 300 e 450 V e in grado di raggiungere regimi di rotazione fino a 14.000 RPM, due caratteristiche che, in abbinamento a una struttura costruttiva a doppia vite molto elementare, lo rendono una soluzione scalabile su un'ampia gamma di potenze nonché facilmente adattabile a specifiche richieste dei singoli cliente.

Alcuni sistemi TVS di Eaton sono già in funzione ad esempio su autobus alimentati a idrogeno per dei test sul campo mirati a migliorare la futura produzione in serie; un programma che punta a maturare esperienza per essere trovarsi pronti all'avvento delle celle a combustibile di nuova generazione, che avranno una maggiore densità di potenza e rapporti di pressione più elevati e che quindi necessiteranno anche di maggiore aria per funzionare alla perfezione nonché una sua precisa gestione.

Fonte: Hardward Upgrade

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