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Idrogeno: è questa la risposta al problema della troppa CO2 che produciamo e che produrremo nei prossimi decenni. È da qui che parte la strada per il recupero e il riutilizzo di questa sostanza così particolare, da una parte accusata dei mali del pianeta, dall’altra fondamentale per la vita sulla Terra. È il tema di cui parlo nel libro “W la CO2. Possiamo trasformare il piombo in oro?” (Il Mulino, 2021). Ma andiamo con ordine, e vediamo alcune importanti premesse.

I fatti

Non ce ne rendiamo conto, ma nel breve viaggio da Milano alla casa di vacanza in Liguria una normale auto diesel emette 30 chili di anidride carbonica (CO2), come il peso delle valigie che ci portiamo appresso. Nel corso dei 200.000 chilometri di vita, la stessa auto avrà emesso 32 tonnellate di CO2. Noi stessi, con la respirazione emettiamo ogni giorno un chilo di CO2, il che equivale a 2,5 miliardi di tonnellate emesse dall’intero genere umano ogni anno. Ma la CO2 è una molecola strana, non ha odore, non è colorata, è impalpabile. I nostri sensi non la percepiscono e quindi per noi semplicemente non esiste.

Da quando ci si è resi conto che un aumento progressivo della concentrazione di CO2 nell’atmosfera provoca danni ambientali e climatici, la CO2 è divenuta un nemico da combattere, un pericoloso inquinante da eliminare. Ma la CO2 è vita, è la sorgente insostituibile del carbonio di cui è fatta la biomassa del Pianeta, è la riserva di materia prima di cui è fatto il mondo vivente, ed è pure quello che di noi resterà una volta che avremo concluso il nostro percorso su questa terra. Sì, perché la maggior parte del nostro corpo è fatta di acqua ma poi viene il carbonio, l’elemento fondamentale di cui sono fatte le proteine, i carboidrati, i lipidi, e tutte le sostanze essenziali per l’esistenza di un organismo vivente. L’uomo esiste grazie all’azione fondamentale di quel processo che è la fotosintesi, un insieme estremamente complicato di reazioni chimiche attraverso cui due sostanze semplici e fondamentali per la vita, l’acqua e l’anidride carbonica, si combinano grazie all’azione della luce a formare catene complesse di atomi di carbonio. È parte fondante del ciclo del carbonio, un processo che dura da 3,5 miliardi di anni e in cui la CO2 si forma e si consuma in un ciclo continuo ma essenziale, senza il quale la vita sul Pianeta sarebbe destinata a spegnersi in brevissimo tempo.

La storia

Con l’avvento della rivoluzione industriale, il crescente fabbisogno di energia determina un consumo crescente di combustibili fossili, carbone prima, petrolio e gas naturale poi, i cui prodotti finali sono proprio CO2 e acqua. È inevitabile che prima o poi questa CO2 finisca per accumularsi nell’atmosfera. A rendere questo evidente è, verso la fine degli anni ’50, un ricercatore americano, Charles Keeling. Keeling mette a punto uno strumento abbastanza accurato per misurare basse concentrazioni di CO2 nell’aria, parliamo di parti per milione (ppm), e nel 1958 inizia le sue misure. Già dopo tre anni è evidente che la CO2 sta progressivamente aumentando, sia pur lentamente. All’epoca, la concentrazione di CO2 nell’aria era intorno alle 315 ppm. Poi è cresciuta in modo regolare, sino ad arrivare alle 415 ppm del 2019 (si registra una brusca frenata nel 2020 per via della pandemia del Covid). La CO2 non è tossica, almeno alle basse concentrazioni, altrimenti non potremmo bere birra, acqua gassata e prosecco. Ma ha un altro problema, meno evidente e per questo più insidioso: tende a catturare la radiazione solare riflessa dalla superficie terrestre, e riemetterla, impedendone la dissipazione. È il famoso “effetto serra”.

L’allarme

Il primo a realizzare che la CO2 ha un effetto “riscaldante” fu il giovane e brillante matematico Joseph Fourier che nel 1824 sviluppò dei calcoli la cui spiegazione poteva stare solo in un effetto riscaldante dei gas presenti in atmosfera. Ma per lungo tempo l’effetto del modesto accumulo di CO2 in eccesso viene ritenuto poco rilevante ai fini climatici. Qualche sospetto in tal senso comincia a sorgere negli anni ’60 del Novecento, quando i primi modelli matematici mostrano che, estrapolando i dati, si va verso un progressivo riscaldamento del Pianeta. Seguono anni di intensi dibattiti, e anche di campagne di contro-informazione orchestrate soprattutto dalle grandi compagnie petrolifere in America, ma non solo.

A lungo la questione resta in dubbio. Una vera e propria svolta avvenne tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del nuovo secolo. Inizia una serie di misure fatte sui ghiacci profondi dell’Antartide. Quando la neve si deposita, ingloba al suo interno minuscole particelle di aria. Gli strati di neve e poi di ghiaccio che si formano forniscono quindi una sorta di stratigrafia dove ai livelli più profondi si trovano campioni di atmosfera terrestre vecchi di centinaia di migliaia di anni. Grazie a nuove tecnologie diviene possibile estrarre campioni di ghiaccio a 3-4000 metri di profondità e analizzare la composizione dell’aria e la variazione della temperatura media su un arco di 800.000 anni. Con un risultato sorprendente e preoccupante al tempo stesso: in 800.000 anni la concentrazione di CO2 è rimasta sempre tra 180 e 300 ppm, molto inferiore a quella attuale (415 ppm). Dalla comparsa dei Sapiens, 200.000 anni fa, la concentrazione di CO2 non è mai salita al di sopra delle 300 ppm. Da qui l’allarme, giustificato, e finalmente raccolto anche a livello internazionale dai vari protocolli di Tokyo, Parigi ecc. Le emissioni di CO2 vanno bloccate prima che sia troppo tardi.

Gli scenari

Oggi i combustibili fossili, la causa principale del riscaldamento globale, producono l'80% della nostra energia e l’86% di tutte le emissioni antropiche di CO2, oltre 35 miliardi di tonnellate ogni anno (il resto, circa 5,5 miliardi di tonnellate, è dovuto al consumo di suolo). Se con azioni drastiche riusciremo ad arrivare a emissioni zero di CO2 entro il 2050, la temperatura media del Pianeta a fine secolo aumenterà comunque di 1.0 °C; con azioni forti l’aumento di CO2 sarà contenuto in 540 ppm, e la temperatura salirà di 1,5-1,8 °C; con azioni blande potremo arrivare a 670 ppm con un aumento di 2,2 °C, mentre se non facciamo nulla raggiungeremo 1000 ppm con un aumento di temperatura media di 4 °C. Catastrofico. Ed è bene sapere che un terzo della CO2 prodotta oggi sarà ancora in atmosfera tra 100 anni, un quinto tra 1000 anni e una parte la troveremo ancora dopo 10.000 anni. Inoltre la CO2 disciolta in acqua produce un aumento di acidità e già sono stati osservati effetti molto negativi su una parte della fauna e flora acquatiche.

Emissioni zero?

Sin qui il problema, ben noto ma che è bene riassumere nelle sue forme generali. Importante però per far capire due cose. Da una parte dovremo smettere di produrre CO2 nei prossimi decenni, cosa che però è molto difficile e forse impossibile, come sei spiegherà tra poco; dall’altra dovremo cominciare a cercare di ripulire l’aria da tutta la CO2 che si è accumulata in due secoli di utilizzo massiccio dei combustibili fossili. La sfida è gigantesca. Circa il primo punto, anche quando saremo riusciti ad effettuare una transizione energetica completa alle fonti rinnovabili, resteranno varie attività umane che producono CO2. Innanzitutto il consumo di suolo. Una popolazione mondiale crescente e sempre più urbanizzata sottrae terreno alle foreste, fondamentali nel recupero della CO2 dall’aria grazie alla fotosintesi; poi la produzione di cemento, in costante aumento, una delle attività umane con la maggiore produzione di CO2; inoltre ci potrebbe volere molto tempo prima di avere navi e aerei in grado di viaggiare con batterie. L’aviazione civile dovrà utilizzare il cherosene ancora molto a lungo, sicuramente ben oltre il fatidico 2050. Infine, la produzione di molti dei beni che utilizziamo, dalle fibre sintetiche ai farmaci, dai fertilizzanti alle materie plastiche, si basa su processi che partono dal petrolio e dai suoi derivati e producono inevitabilmente CO2. Quindi, azzerare le emissioni di CO2 è di fatto impossibile. Potremo ridurle fortemente, ma non andare a zero.

La fotosintesi artificiale

Ecco che si pone il problema del riutilizzo. In fin dei conti, come dicevamo all’inizio, la CO2 è una “preziosa” materia prima. Come fare? Una via possibile, a lungo esplorata e ancora oggetto di studio, è quella di simulare i processi di fotosintesi naturale attraverso dei sistemi artificiali, dei fotocatalizzatori in grado di catturare la luce solare e usarla per trasformare CO2 e acqua in prodotti utili come metanolo (CH3OH), o addirittura metano o altri idrocarburi. Esempi di successo e prototipi esistono da un po’ di anni ma per ora l’efficienza dei processi di fotosintesi artificiale è troppo bassa per essere competitiva sul piano economico. Non è così sorprendente: anche la fotosintesi naturale non è poi tanto efficiente, essendo in grado di convertire solo lo 0,1% dell’energia radiante catturata, ma il tutto è compensato dalla enorme quantità di biomassa presente sul Pianeta. La ricerca nel campo della fotosintesi artificiale quindi continua nella speranza di trovare nuovi materiali in grado di migliorare sensibilmente le efficienze del processo.

L’idrogeno

La possibilità di riutilizzare la CO2 oggi si basa su un’altra sostanza di importanza strategica: l’idrogeno. Combinando la CO2 con l’idrogeno attraverso reazioni ben note è possibile produrre sostanze utili, inclusi veri e propri combustibili. Ma c’è un problema. Oggi si producono al mondo circa 70 milioni di tonnellate di idrogeno ogni anno per varie applicazioni industriali, la principale delle quali è la sintesi dell’ammoniaca (NH3), alla base dei fertilizzanti e quindi dei prodotti agricoli. Ma l’idrogeno oggi viene prodotto a partire dal metano con un processo chiamato steam reforming, in cui alla fine oltre a idrogeno si produce anche CO2. È l’idrogeno grigio di cui ogni tanto si parla, che diventa blu se la CO2 prodotta viene poi sequestrata e non immessa in atmosfera. Ma è un circolo vizioso. Per riutilizzare la CO2 serve l’idrogeno, l’idrogeno lo ricaviamo dai combustibili fossili generando CO2, e siamo daccapo.

Tutto cambia se l’idrogeno viene prodotto per un'altra via, totalmente sostenibile e davvero green: l’elettrolisi dell’acqua. Si tratta di un processo scoperto per caso all’inizio dell’Ottocento da due chimici inglesi, Anthony Carlisle e William Nicholson, dove applicando una differenza di potenziale a due elettrodi si può scindere l’acqua nei suoi componenti, idrogeno e ossigeno. Se l’energia elettrica necessaria proviene da fonti rinnovabili (solare, eolico, ecc.) l’idrogeno viene prodotto in modo sostenibile, senza generare CO2. È il cosiddetto idrogeno verde, l’unico che potrà veramente cambiare il paradigma. Grazie alla crescita costante della produzione di energia elettrica con fonti rinnovabili e al miglioramento dei processi, il costo di produzione dell’idrogeno verde sta scendendo dai 4-5 euro al chilo di qualche anno fa ai 2,50 euro, avvicinandosi a quello del tradizionale idrogeno grigio, che si aggira attorno a 1-1,5 euro al chilo. Ma attenzione: nel costo dell’idrogeno grigio non sono inclusi i costi ambientali, bensì solo quelli della materia prima, metano o altri idrocarburi. È ora invece di mettere in conto tutti i costi, non solo quelli estrattivi.

La chimica

Con la disponibilità di idrogeno verde a costi competitivi si apre la strada per il riutilizzo della CO2. Ci sono vari processi chimici in parte già noti, in parte da migliorare, capaci di trasformare questa stabile molecola in prodotti utili. Ad esempio, un primo stadio consiste nel decomporre la CO2 trasformandola in monossido di carbonio, CO, assai più reattivo. Già negli anni ’30 del Novecento i chimici tedeschi Fischer e Tropsch avevano messo a punto un processo per produrre benzina dal carbone, di cui la Germania era ricca, passando prima per l’ottenimento di questo importante intermedio, il CO. Esistono al mondo alcuni impianti per la produzione di benzine con la sintesi Fischer-Tropsch, dove il CO viene fatto reagire con il solito idrogeno. In altri casi la reazione tra CO2 e H2 è diretta, e porta ai prodotti desiderati. Un impianto di questo tipo esiste da una decina di anni in Islanda, altri stanno nascendo. Quindi, datemi l’idrogeno, e solleverò il mondo.

La cattura

Resta però un problema da risolvere, e non piccolo. Catturare la CO2 da impianti dove viene prodotta in concentrazione elevata, come impianti industriali, cementifici, ecc. è possibile ed economicamente sostenibile. Catturare la CO2 dall’atmosfera, dove è presente in grandi quantità ma in forma molto diluita, parliamo di ppm, è un po’ come individuare qualche centinaio di persone in una popolazione di un milione di abitanti. Tutt’altro che facile. Occorre filtrare grandi quantità di aria, separare le piccole quantità di CO2, ma con elevati costi energetici. Qui la ricerca si sta concentrando su nuovi materiali in grado di assorbire selettivamente la CO2, e separarla dal resto delle sostanze presenti nell’aria. La strada è lunga, e non è detto che si possa arrivare a una soluzione, mentre la cattura da impianti ad elevata concentrazione è già tecnicamente alla portata.

In conclusione, la disponibilità di sufficiente energia elettrica da fonti rinnovabili offre la possibilità di produrre idrogeno per elettrolisi dell’acqua. Vari progetti e impianti sono in via di realizzazione in giro per il mondo. L’idrogeno ha vari usi, e potrebbe anche servire direttamente da combustibile, grazie alle celle a combustibile con cui si possono azionare auto e camion. Ma l’idrogeno è pure una importantissima molecola che può essere fatta reagire con la CO2 per produrre varie sostanze essenziali. Di CO2 continueremo a produrne, ed è destinata a restare a lungo in atmosfera. Imparare a riutilizzarla e trasformarla è una sfida che possiamo e dobbiamo vincere.


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Fonte: ISPI

Foto di Malte Reimold da Pixabay

Maire Tecnimont Spa annuncia che, attraverso le sue controllate NextChem, Stamicarbon e Met Development (Met Dev), ha firmato oggi un Protocollo di Intesa con Adani Enterprises Ltd (Ael), per progetti industriali che integreranno le tecnologie di NextChem e Stamicarbon nonché le competenze e l’expertise di project development di Met Dev per industrializzare la chimica verde e l’economia circolare in India.

I progetti saranno focalizzati sulla realizzazione di prodotti chimici, ammoniaca e idrogeno da fonti rinnovabili. AEL è una società indiana quotata alla National Stock Exchange of India e fa parte del Gruppo Adani, il più grande player indiano attivo nell’energia e nelle infrastrutture, con 14 GW (gigawatt) di asset per la produzione di energia rinnovabile tra impianti operativi, in costruzione e contratti aggiudicati.

Ael è fortemente impegnata nel supporto della transizione attraverso la sua capacità produttiva di pannelli solari pari a 3,2 GW, contando la produzione esistente e quella pianificata, nonché la sua capacità di sviluppo di tecnologie per ridurre l’impatto ambientale. Secondo l’accordo, Ael e le controllate del Gruppo Maire Tecnimont esploreranno insieme opportunità integrate per la valorizzazione delle fonti rinnovabili utilizzando le tecnologie di NextChem e Stamicarbon per la produzione di prodotti chimici, ammoniaca e idrogeno verde per la catena del valore dell’industria chimica.

Il Gruppo Maire Tecnimont, contando sulla sua presenza in India (oltre 2200 ingegneri e circa 3000 professionisti Electrical Instrumentation a Mumbai), al proprio portafoglio tecnologico nonché alle forti competenze di sviluppatore end-to-end di progetti complessi su larga scala, garantirà le soluzioni tecnologiche e il know-how per lo sviluppo e l’esecuzione dei progetti.

"L’India, la nostra seconda casa, svolge un ruolo sempre più strategico nella roadmap della green acceleration che il Gruppo Maire Tecnimont sta implementando - sottolinea Pierroberto Folgiero, amministratore delegato del Gruppo Maire Tecnimont e di NextChem - Mentre il Paese rafforza i propri investimenti al fine di garantire lo sviluppo sostenibile e raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, oggi siamo onorati, anche a seguito del nostro precedente accordo per lo sviluppo dell’economia circolare in India, di compiere un altro passo fondamentale nell’ambito della green economy, collaborando con un player importante ed innovativo come Ael. Crediamo che la chimica verde sia la chimica del futuro, e abbiamo tutte le competenze per esserne gli abilitatori tecnologici a livello internazionale, anche grazie alle sinergie tra le società del nostro Gruppo".

"Il Gruppo Adani è tra i pionieri della transizione energetica in India, e l'idrogeno verde è un'estensione naturale del nostro portafoglio di iniziative nelle energie rinnovabili, tra i più importanti a livello globale. L'espansione dell'economia dell'idrogeno verde richiederà molteplici filoni di sviluppo, tra cui l’ammoniaca verde e altri prodotti chimici verdi. Presentano vantaggi significativi non solo dal punto di vista ambientale ma anche in termini di resilienza della supply chain in India", sottolinea Jayant Parimal, Chairman Advisor del gruppo Adani.


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Fonte: Yahoo

La compagnia industriale sudcoreana SK e la società automobilistica cinese Geely investiranno 30 milioni di dollari ciascuna in un nuovo fondo per la mobilità, fondo che intendono portare a in futuro a 300 milioni di dollari.

IL FONDO

Il fondo investirà in progetti che operano nei rami delle celle a combustibile a idrogeno, veicoli elettrici e tecnologia di guida autonoma. L’intenzione è attirare investitori da tutto il mondo, incluse le banche europee e i fondi pensione asiatici.

IL GRUPPO SK

Gruppo SK, il cui portafoglio di prodotti energetici spazia dalle raffinerie, al gas naturale e alle batterie fino alle energie rinnovabili, ha promosso l'idrogeno e altre attività automobilistiche ecologiche come motore della crescita futura.

Come parte di tali sforzi, il gruppo nel mese di marzo ha firmato un accordo da 1,5 miliardi di dollari per acquisire una partecipazione di controllo nel produttore statunitense di celle a combustibile a idrogeno Plug Power Inc. e lanciare una joint venture per inserirsi nel mercato asiatico delle celle a combustibile.

IL GRUPPO GEELY

Geely Auto Group è il maggiore azionista di Daimler della Germania dal 2018. Ha acquisito Volvo da Ford nel 2010. La casa automobilistica ha recentemente annunciato che stabilirà una joint venture con Farasis, una società di batterie cinese, e aumenterà nel futuro la sua produzione annuale di batterie a 120 GWh.


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Fonte: KED Global

La nascita del nuovo governo ha portato all’inaugurazione anche di un nuovo dicastero, il Ministero della Transizione Ecologica, affidato a Roberto Cingolani. E proprio a questo ministero spetterà il compito di traghettare l’Italia verso un’energia più green.

E così che anche la filiera dell’idrogeno italiana potrebbe trovare posto nel Recovery Fund. Quali i progetti in rampa di lancio? Quelli attuabili entro 6 anni. Tutti i dettagli.

I PIANI DI CINGOLANI

Partiamo dalle parole di Cingolani. “Non possiamo non considerare l’idrogeno verde come la soluzione regina. E’ sostanzialmente il vettore ideale. Fra dieci anni avremo l’idrogeno verde e le automobili che andranno a celle a combustibile. Le batterie le avremo superate, perché hanno un problema di dismissione, e staremo investendo sulla fusione nucleare, che ora sta muovendo i primi passi nei laboratori”, ha detto Cingolani nei giorni scorsi in audizione al Parlamento.

Abbiamo un decennio per rendere la nostra società competitiva sull’idrogeno verde – ha aggiunto il titolare del dicastero della Transizione ecologica -. Al momento non abbiamo gli impianti, non sappiamo come stoccare e come utilizzare l’idrogeno. Ma questa è solo la realtà odierna. Dobbiamo cominciare a lanciare i nostri programmi, dobbiamo creare quel sistema che intorno a quel vettore energetico ci consenta di operare al meglio”.

IL PROGETTO DI ENEL E FNM PER LA FERROVIA LOMBARDA

E all’idrogeno verde il governo Draghi potrebbe destinare 3 miliardi di euro del Recovery Fund.

Uno dei progetti che potrebbero essere finanziati è quello di Enel green power ed FNM – gruppo integrato nel trasporto e nella mobilità in Lombardia – “H2IseO”, che punta a studiare e individuare la migliore modalità di fornitura di idrogeno verde, ovvero idrogeno prodotto usando esclusivamente energia rinnovabile, per la mobilità ferroviaria in Lombardia.

I nuovi treni alimentati a idrogeno dovrebbero sfrecciare tra soli 2 anni, nel 2023, sulla linea gestita da Trenord, Brescia-Iseo-Edolo, in sostituzione degli attuali a motore diesel.

ENEL GREEN POWER E SARAS

Anche la più grande raffineria d’Italia, Saras, imboccherà, in tempi strettissimi, la strada della transizione.

L’impianto alle porte di Cagliari, a Sarroch, controllato dalla famiglia Moratti, punta alla riduzione di emissioni di Co2 nel processo di trasformazione dei prodotti petroliferi, tramite, l’utilizzo di un elettrolizzatore da 20 MW alimentato da energia rinnovabile prodotta sul posto per fornire idrogeno verde da utilizzare come materia prima. Per questo obiettivo, la Saras ha infatti stretto un accordo con il gruppo Enel Green Power.

Si tratta, riporta il Corriere della Sera, per gli analisti di Equita, di “dimensioni rilevanti per il segmento dell’idrogeno verde”. Secondo i calcoli del broker, “le capex per l’impianto possano essere di circa 25 milioni di euro e dovrebbero poter soddisfare circa il 3%-4% del fabbisogno di idrogeno della raffineria”.

IL PROGETTO DI SNAM ED EDISON PER L’IDROGENO

Punta alla decarbonizzazione dell’acciaio, invece, il progetto di Tenaris, Edison e Snam. Le tre realtà, nei prossimi mesi, collaboreranno per individuare e realizzare le soluzioni più idonee per la produzione, la distribuzione e l’utilizzo di idrogeno verde nel sito Tenaris di Dalmine.

Le generazione di idrogeno ed ossigeno verrebbe realizzata tramite un elettrolizzatore da circa 20 MW da installare presso lo stabilimento di Dalmine.

COSA FARA’ SNAM CON MUBADALA

Anche negli Emirati Arabi, Snam lavorerà con l’idrogeno. La compagnia guidata da Marco Alverà e Mubadala Investment Company hanno firmato un protocollo d’intesa per collaborare su iniziative congiunte di investimento e sviluppo sull’idrogeno, avviando “attività di valutazione, compresi studi tecnici e di fattibilità economica, di potenziali progetti e soluzioni” finalizzati a promuovere lo sviluppo di questa fonte negli Emirati Arabi.

In qualità di investitore responsabile e operatore attivo nella transizione energetica a livello globale, Mubadala è da tempo azienda pioniera e sostenitrice di un mix energetico più bilanciato, che si sostanzia in investimenti in un portfolio di società che, negli Emirati Arabi Uniti e all’estero, contribuiscono a soluzioni energetiche più pulite, economiche e resilienti”, afferma l’amministratore delegato di Mubadala, Musabbeh Al Kaabi, circa l’accordo con Snam. “La firma di questo accordo con Snam – ha aggiunto – rappresenta prova ulteriore dei nostri sforzi congiunti per sviluppare un’economia alimentata a idrogeno negli Emirati, nonché del nostro impegno a sostenere il ruolo che l’idrogeno può avere nel far fronte alla domanda energetica mondiale”.

ANCHE ITALGAS GUARDA ALL’IDROGENO

C’è idrogeno anche nel piano “Power to gas” di Italgas, che prevede la realizzazione di un impianto, in Sardegna, che utilizzerà energia elettrica pulita, da fonti rinnovabili, per produrre combustibili green, come idrogeno verde, per l’appunto, e metano sintetico.

SI PUNTA SU IDROGENO VERDE

I progetti in partita per il Recovery sono tutti verdi. Come auspicato, ricorda un report del Cer, dall’ex ministro Patuanelli.  “L’allora ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, partecipò all’evento di lancio dell’IPCEI- Importante Progetto di Interesse Comune Europeo, dove è stato sottoscritto il Manifesto per lo sviluppo di una catena del valore europea sulle Tecnologie e sistemi dell’idrogeno insieme a Ministri di 22 Stati membri dell’Unione Europea. Nel suo intervento, Patuanelli mise in luce il ruolo fondamentale dell’idrogeno ‘verde’ e la cooperazione tra le imprese italiane e quelle degli altri paesi europei”, scrive il report che ricorda che puntare sull’idrogeno blu, prodotto dal gas, favorirebbe quei paesi che il gas lo producono.


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Fonte: Startmag

Il 30 marzo si è tenuto l’evento del Sole 24 Ore “La strategia sull’idrogeno e la transizione energetica. Prospettive e opportunità per un’Italia green”, che ha puntato l’attenzione sul ruolo giocato dall’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili nello sviluppo del nostro Paese, sia da un punto di vista industriale sia di ecosostenibilità dell’intero sistema, permettendo di accelerare il processo di decarbonizzazione verso un modello ecosostenibile.

I lavori si sono aperti con l’intervento del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani che ha sottolineato: "L'idrogeno è degno di grande attenzione, c'è un trend internazionale da cui non ci possiamo tagliare fuori. Dobbiamo avere l'ambizione di guidare la transizione ecologica". "In questo momento costa troppo, ma dobbiamo creare le condizioni perché questo diventi il vettore principale. La transizione ci deve portare nel più breve tempo possibile a usare l'idrogeno a un prezzo congruo, questo vale per i trasporti ma anche per i settori energivori", ha aggiunto il ministro che ha poi evidenziato che per investire i capitali provenienti dal Recovery Plan sulla transizione energetica “serve una catena di procedure rapida” e per questo in parallelo con il Pnrr il Governo sta studiando un’azione decisa “sulla semplificazione e sulla catena dei permessi”, in cui l’intero processo è molto lungo e complesso, sottolineando che nell’installazione degli impianti rinnovabili negli ultimi anni, a fronte di una programmazione di un certo tipo, a consuntivo si arrivava al 10% del programmato. “Così non si può andare avanti, anche perché con il Recovery Plan si va avanti con saldi di avanzamento lavori, non riuscire a sfruttare questi capitali sarebbe una doppia sconfitta”, ha aggiunto il ministro nel corso del suo intervento all’evento del Sole 24 Ore “La strategia sull’idrogeno e la transizione energetica. Prospettive e opportunità per un’Italia green”, sottolineando che “abbiamo scelto una serie di linee dal punto di vista tecnologico e strategico di approccio all’ambiente in linea con quanto fatto da colleghi europei, saremo al passo con l’Europa”.

È intervenuto anche il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha sottolineato che la Regione Lombardia "mai come in questo momento sta dedicando una grande attenzione per cercare di andare verso l'economia verde e la decarbonizzazione. Una cosa che ci viene imposta soprattutto dalle condizioni fisiche del nostro territorio, del bacino Padano". "Noi abbiamo subito sottoscritto il progetto 'Hydrogen Valley' sul sistema della mobilità lombarda. E' una direzione giusta, che per adesso è sperimentale, ma che vorremmo cercare di estendere a una serie di altre attività sia sul trasporto che sulla produzione. Dobbiamo cercare di ampliare il più possibile le sperimentazioni per rendere sempre più disponibili le energie alternative", ha continuato Fontana. "Abbiamo mandato al governo un progetto assolutamente preciso e nel rispetto delle richieste avanzate dall'Unione europea sia sulla tempistica che sul tipo di progetto. Speriamo che questo progetto che venga guardato con attenzione e che possa essere inserito nel progetto nazionale", ha aggiunto. "Se ci arrivassero le risorse ulteriori del Recovery Plan avremmo la possibilità di presentare anche progetti più ampi e importanti".

Sono anche intervenuti i rappresentanti delle più importanti industrie del settore. Francesco Starace, CEO di Enel durante il suo intervento ha dichiarato: “L’utilizzo migliore dell’idrogeno è quello che tiene conto del suo alto contenuto energetico. All’inizio deve essere usato per chimica, fertilizzanti, cemento e per la decarbonizzazione dell'acciaio. Sarebbe una sciocchezza invece produrre dall’elettricità idrogeno e poi ancora una volta elettricità così come usarlo per il riscaldamento”. “Le decisioni sull’idrogeno le prende la fisica. È una molecola molto piccola, permea e attraversa i metalli. È difficile trasportarlo e anche abbastanza pericoloso, infatti si produce vicino ai punti di consumo. Creare gas arricchito di idrogeno è un altro discorso ma non è la soluzione alla transizione energetica”, ha aggiunto il manager.

Il CEO di Eni, Claudio Descalzi, ha sottolineato: "Si parla di idrogeno da circa 30 anni. Ci sono stati dei miglioramenti tecnologici ma ora c'è la necessità di diversi vettori energetici e diverse risorse primarie". "L'idrogeno - ha aggiunto - è un vettore energetico che può dare grosse soluzioni al campo industriale e alla mobilità. E insieme all'elettrico può contribuire alla decarbonizzazione. Noi ci siamo attrezzati ed avremo delle stazioni di servizio multifunzionali con l'elettrico, biogas ed anche con l'idrogeno. In futuro, come è successo con l'elettrico, per l'idrogeno ci sarà una crescita". "Noi - ha concluso Descalzi - possiamo parlare di idrogeno perché lo produciamo, lo utilizziamo e lo usiamo anche nel sistema elettrico. Se guardiamo al 2050 vediamo che ci sarà una quadruplicazione della produzione di idrogeno. Il 43% sarà idrogeno blu e il 48% sarà verde. Quindi c'è un piano ben definito a livello Europeo e mondiale".

Il CEO di Snam Marco Alverà ha evidenziato che “per l’Italia lo sviluppo dell’idrogeno può essere una grande opportunità. Dobbiamo sviluppare in Italia e in Europa tutto ciò che si può e anche creare delle partnership internazionali. Abbiamo un vantaggio geografico importante e un vantaggio infrastrutturale grazie a una rete interconnessa con Algeria, Tunisia, Libia e Medio Oriente attraverso la Grecia. Abbiamo anche un vantaggio tecnologico con aziende di eccellenza". "Noi abbiamo investito in De Nora, che è leader mondiale nei componenti per gli elettrolizzatori - ha aggiunto Alverà -. Tutto questo ci può consentire di sviluppare una partnership con il Nord Africa e diventare un hub di esportazione di idrogeno verso l’Europa, in particolare verso la Germania che ha bisogno di molto import. Trasportare idrogeno via tubo è tecnicamente possibile, ci sono degli standard internazionali consolidati e costa 10 volte meno che farlo via nave".

Renato Mazzoncini, AD di a2a ha sottolineato “L’idrogeno sarà uno degli elementi del mix futuro di decarbonizzazione e il problema più rilevante sono le contrapposizioni, per esempio se l’idrogeno si potrà trasportare o no. L’importante è che ognuno faccia la propria parte”. “Le applicazioni potrebbero essere tante. Auto a idrogeno sono convinto che non ne vedremo, l’elettrico grazie alle soluzioni offerte dalle batterie taglia fuori soluzioni più complesse, il discorso è diverso per track e treni”, ha aggiunto Mazzoncini, citando il progetto ferroviario in Valcamonica di a2a e FNM.

"Noi, parlo anche come presidente dell'associazione europea dei distributori di gas, abbiamo avuto degli incontri a livello europeo per discutere del ruolo delle infrastrutture del gas nella transizione energetica" ha detto il ceo di Italgas, Paolo Gallo. "Abbiamo un orizzonte più a breve - ha aggiunto - che riguarda il biometano ed una più lunga per l'idrogeno. E durante questi incontri ci è stato confermato che le infrastrutture del gas saranno cruciali per la transizione energetica. Ma queste infrastrutture devono essere capaci di accogliere gas diversi. E quindi la richiesta che è arrivata dai membri della commissione europea è quella di infrastrutture smart, digitali". Nell'ambito del Pnrr, per quanto riguarda il "nostro settore, ci farebbe piacere vedere - ha proseguito Gallo - supportati due ambiti in particolare: la trasformazione digitale delle aziende e in particolare la digitalizzazione delle reti e lo sviluppo di nuove infrastrutture in aree al momento non coperte dal servizio. Da questo punto di vista, come ha ricordato anche il ministro Cingolani, è fondamentale sbottigliare gli iter autorizzativi per sbloccare gli investimenti, renderli più rapidamente attuabili, in modo anche da rispettare gli impegni che dovremo presentare nel Recovery Fund". 

"Oggi ci si presenta un nuovo modo di fare energia in modo più sostenibile. Tutte quelle che sono le soluzioni energetiche per i consumatori sono di nostro interesse. L'idrogeno andrà a spiazzare tutti quei settori di consumo dove non è possibile ipotizzare una immediata sostituzione di altre fonti energetiche che hanno emissione di carbonio" ha detto il ceo di Edison, Nicola Monti. "Se guardiamo l'utilizzo e la competitività dell'idrogeno - ha aggiunto - vediamo il settore dei trasporti ed in particolare quelli ferroviari. Per alcuni settori l'idrogeno rappresenta una soluzione ideale per andare a sostituire il gas naturale. E quindi in questa logica noi vediamo in futuro un collegamento tra fonti rinnovabili e l'idrogeno. Crediamo che ci sarà la costruzione di impianti di elettrolisi vicino ai poli di consumo. Noi abbiamo un ruolo di leadership sul fronte delle rinnovabili e su questo vogliamo continuare a incrementare. Samo interessati anche ad investire nella catena dell'elettrolisi anche con altri operatori. Le tecnologie sono diverse e quindi serve che tutti i grandi operatori investano insieme e che si concentrino degli incentivi per questa catena industriale".

È intervenuto anche Andrea Gibelli, presidente di FNM, che ha parlato della prima “Hydrogen Valley” italiana, in Val Camonica, dove FNM in collaborazione con a2a ed Enel metterà in funzione dal 2023 i primi treni a idrogeno. “La sfida è ridurre al minimo il periodo di utilizzo dell’idrogeno blu e poi con importanti investimenti arrivare all’idrogeno verde per l'economia circolare. Cioè ricavare idrogeno dall’acqua delle Alpi e dai rifiuti e costruire un sistema che serve al Paese, non lavorare a compartimenti stagni ma con grandi alleanze e progetti replicabili” ha detto Gibelli. “L’obiettivo del piano industriale di FNM è una mobilità a zero impatto ambientale e per questo abbiamo scelto partner rilevanti come a2a ed Enel”, ha aggiunto.

I lavori dell’evento si sono conclusi con l’intervento di Clara Poletti, Commissario dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) e Presidente del Board dei Regolatori dell’Agenzia europea per la Cooperazione dei Regolatori dell’energia. "L'idrogeno è tornato al centro del dibattito. Sul fronte di economia circolare, di transizione energetica, è necessario superare la visione per compartimenti. Serve un approccio integrato orizzontale" ha detto Poletti. "Nel caso dell'idrogeno - ha aggiunto - bisogna ragionare in termini di filiera e di sviluppo ordinato tra domanda e offerta. Ma occorre anche una visione integrata tra energia elettrica e i gas. Con gli elettrolizzatori si crea un importante ponte tra i due settori e bisogna evitare di guardare al singolo vettore isolato. Sul tema dell'idrogeno un quesito molto discusso è quello se la regolazione ha un ruolo. Il dibattito è molto fluido e credo che non ci sia una risposta. Ma credo che si possono dare alcuni principi con la necessità di un approccio graduale. E poi serve subito un monitoraggio che ci dia una visione di come le cose si stanno modificando. C'è poi la valorizzazione delle infrastrutture esistenti. Va anche assicurata la neutralità degli operatori di rete che devono avere il ruolo di facilitatori dello sviluppo e dell'uso dell'infrastruttura".


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Fonte: Il Sole 24 Ore

Governi e imprese energetiche continuano a cercare strategie per sviluppare le proprie filiere dell’idrogeno. I Memorandum of Understanding tra alcuni governi e le partnership di collaborazione tecnico-scientifica tra aziende energetiche e Ministeri incaricati evidenziano come la cooperazione pubblico-privata sia largamente abilitante per lo sviluppo della filiera internazionale sull’idrogeno.  

Dal Marocco, nasce il primo cluster di idrogeno verde in Africa. Il Solar Energy and New Energies Research Institute (Iresen) si prepara a lanciare GreenH2. Ricerca applicata, innovazione e industria, la piattaforma punta a contribuire all'emergere di un ecosistema nazionale di idrogeno verde, ma anche a posizionare il Marocco come hub regionale per la produzione ed esportazione di idrogeno. I vari Ministeri coinvolti stanno al momento pianificando forme di rafforzamento tecnico e tecnologico per lo sfruttamento e la valorizzazione dell’idrogeno e derivati, promuovendo le risorse energetiche nazionali e creando un quadro normativo di riferimento.

In Australia e Giappone, è in partenza il progetto pilota da 390 milioni di dollari per la produzione di idrogeno dalla lignite, una qualità di carbone più economica. L’obiettivo è creare la prima filiera internazionale per la produzione e l’esportazione di idrogeno liquefatto. Oltre a carbone e GNL, l’Australia potrebbe rispondere agli obiettivi di neutralità climatica dando un’impronta più verde alla propria industria energetica. Nel progetto è interessato anche il Giappone, quinto maggiore consumatore di energia al mondo. Anch’esso allineato alle strategie net-zero per il 2050, sa bene che l’obiettivo è irraggiungibile puntando solo sulle rinnovabili: la strategia consiste nell’aumentare di dieci volte la propria domanda di idrogeno al 2050, arrivando a 20MLN di tonnellate. L’impianto pilota nel Victoria produrrà 70 chili di idrogeno al giorno, poi liquefatto per l’esportazione. Il primo carico, verso il Giappone, è stato posticipato alla seconda metà del 2021 a causa della pandemia di coronavirus, che ha rallentato le operazioni di controllo sulla nave cisterna che dovrà trasportarlo.

Firmato tra Germania e Arabia Saudita un memorandum d’intesa (MoU) per la cooperazione nel campo della produzione, lavorazione, utilizzo, trasporto e commercializzazione congiunta di idrogeno pulito. Lo scopo è attuare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, soprattutto per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di gas serra. Il governo tedesco ha dichiarato che avrebbe contribuito all’impianto di elettrolisi dell’idrogeno pianificato dalla Thyssenkrupp, che fa parte del progetto Helios di carburanti verdi da 5 miliardi di dollari nella regione di Neom in Arabia Saudita. Resta inteso che l’unità Thyssenkrupp, Uhde Chlorine Engineers (TKUCE), parte della divisione tecnologica dell’azienda, fornirà un impianto di elettrolisi da 20 MW al progetto Neom per produrre idrogeno da energia solare ed eolica. Neom sta esaminando tutte le opzioni per l’export, inclusa la conversione dell’idrogeno in ammoniaca per il trasporto via nave, la spedizione come idrogeno liquefatto o presumibilmente, un gigantesco gasdotto che porterà idrogeno verde a Europa.


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Fonti:

Autore: Wec Italia

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